Il silenzio permea dolcemente le cose. Le avvolge ovattandole in un pluriball invisibile. Inerti, mestoli coltelli padelle pendono dall’alto. Il mixer giace quieto in un cantuccio. Bicchieri posate tralasciano il loro tintinnio. Anche il rintocco dell’orologio digitale è senza rumore. Forni occhieggiano pazienti aspettando il loro turno, pronti a trasformarsi in fornaci. Il frigorifero torreggia imponente mandando bagliori verdi lancinando il buio. Nel chiarore dell’alba o del tardo pomeriggio la cucina è sola, in attesa.
Il risveglio è l’accendersi delle luci e delle lampade. Tutto risuona. La quiete, la tempesta, la quiete. La cucina ha i suoi ritmi, a ondate, guardando dal di fuori, con curiose marionette che tritano, sminuzzano, affettano, tagliano. Si corre come indiavolati attorno a tavoli in acciaio, fuochi di cucina, frigoriferi e banconi.
La pausa del cuoco non è solo il giorno di chiusura: quando sceglie gli ingredienti, quando consuma il suo frugale pasto prima dell’apertura o chiude la cucina a fine giornata.
Ma. Non sono vere pause. Sono silenzi. Come i silenzi delle parole, senza i quali non percepiremmo idee. Come pause tra note per apprezzare sinfonie, la musica in cucina ha lo stile rutilante di pentole indiavolate, l’equilibrio del pop sperimentale.
La solitudine è la pausa che ci prendiamo per coltivare e gustare l’Amore verso noi stessi.








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