Il titolo è del 1974 e fa parte de “L’Abbuffone” di Ugo Tognazzi, il quale insegna la ricetta per marinare, affettare e cucinare al Pernod (un finto pastis all’anice) i coglioni di toro. Parte meno nobile forse del filetto, spesso confusa con esso o al massimo con il rognoncino, ebbene proprio questa parte ha, in tutto il mondo, la capacità di dimostrare l’essenza ultima del coraggio, con espressioni, più o meno popolari e detti più o meno volgari che sanciscono, ribadiscono, avvalorano, secondo tradizioni ancestrali, che il coraggio è tutto lì: i Greci calcolavano il valore dell’eroe dall’impronta che lasciava cadendo in battaglia; o gli indigeni d’Australia che rilasciano il proprio seme, loro frutto, nella Terra; o ancora il rituale mafioso di chi ha parlato troppo, il loro taglio e cacciati in gola.

Come dire: eri uomo, ora non sei nulla. Zitto!, quindi.

Affrontare il Toro, come sostiene Hemingway in “Death in the Afternoon”, è una tragedia, l’ultima tragedia della vita moderna, quando, alla data di pubblicazione del 1932, valori come onore, coraggio, virtù non avevano ancora lasciato il posto al commercio turistico. Il torero sfida la morte, la razionalità opposta alla natura, all’indole selvaggia e prepotente di un toro istintuale e animalesco: l’uccisione avviene nel pomeriggio, tempo ideale, limbico e di cesura, tra la mattina della vita e la sera della morte. Conquistando l’immortalità nella Tauromachia moderna, l’uomo sconfigge ciò che non è razionale e si eleva nell’Olimpo degli Dei, novello Teseo guidato da Arianna.

Così il toro è solo, osservato, studiato, matato. Sulle gradinate dell’arena, tutti parteggiano per il torero, il vincitore, o presunto tale, il più delle volte, sicuri che il pericolo non possa arrivare sin lassù, dove hanno pagato il tributo dei sette fanciulli e sette fanciulle nascosto dietro il biglietto. Le ritualità si incrociano, come destini opposti: il giovane che ha talento, che cresce sotto l’occhio vigile della madre, del padre e della sua ragazza; la scelta, le simulazioni, per imparare l’uso della cappa e delle spade; l’aiuto a matare sino al colpo al cuore; il falso mito che il toro non sopporta il rosso, quando sfido chiunque a tollerare il giro continuo e ingannevole della muleta, sotto gli olèeee del pubblico.

Il toro è solo, allevato per una battaglia che non vuole combattere e in cui si trova trascinato, a dimostrare un coraggio per il diletto altrui. Sostengo la sua rabbia per una guerra senza infamia e senza lode, preda di machismo e sadismo, una libertà negata con la concessione di vivere la sua vita in un verde pascolo anteprima di quello che lo aspetta: Dio esiste anche per lui, lo uccide per suo capriccio.

Così sostengo Queso, giovane e forte toro di Tafalia, che ha deciso di spiccare un balzo e saltare sulle gradinate, uccidendo un bambino – sono sempre loro a pagare il tributo alla fine – e ferendo 30 persone, il prezzo del tradimento -, lamentandosi della sua fine ormai certa, tanto che differenza vuoi che faccia con una spada nel cuore o con un fucile? Muoia Minosse e tutti i Teseo per la conquista della Libertà!

Oggi Queso ha riscritto, romanticamente, il mito, morendo per vendetta di tutti i tori che accondiscendenti partecipavano allo stupido gioco, dimostrando di avere i coglioni mentre guardava in faccia il suo vero nemico, la stupidità umana. È saltato, ha messo in dubbio la sicurezza, ha osato trasformarsi in aquila, lassù volando con la sua mole sulle ali di quella Dea che ciascuno coltiva segretamente nel cuore, azzerando in un sol colpo cinquemila anni di paure ancestrali e di false sicurezze. Ma, di più, ha dimostrato l’inutilità di un torero ridotto all’ombra di sé stesso e, chiedendo Grazia, ha trovato Giustizia.

Piango per la vicenda. Avrei restituito a Queso la Libertà e l’avrei eletto a simbolo, vessillo e bandiera di lotta alla corrida a favore di un animalismo non da salotto, con il suo muso duro, le narici dilatate, le corna appuntite e gli occhi rossi, come nei cartoni animati…

Già proprio come nei cartoni animati. Walt Disney espresse gentilmente, con il suo animo eletto, la posizione sulla corrida con il Toro Ferdinando: bello, pronto a tre anni per la corrida, malgrado selezionato, costituisce la disperazione di un torero mentre annusa i fiori. Ritorna alla fine sotto l’albero di quercia che l’ha visto nascere.

Oggi Queso voleva essere il novello Ferdinando, senza annusare i fiori.

A suo modo ha denunciato la stupidità umana.

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